Apice Vecchia

«La Pompei incompiuta del ‘900»

“Maria contrariosa, quann chiov mette l’acqua a i galline.”
(Maria la contrariata, quando piove abbevera le galline)

detto popolare


Dov’è

Il borgo di Apice nasce tra tre fiumi – Miscano, Ufita e Calore – e si staglia su due strade storiche – la via Numincia e la via Appia – che l’hanno reso un importante centro economico e sociale a partire dall’Impero Romano.  Situato alle falde dell’Appennino Campano, si struttura in due nuclei abitativi: il Borgo di Apice Vecchia, abbandonato dopo il violento terremoto dell’80, e il Borgo di Apice Nuovo, edificato sulla collina di fronte.

Il Centro Storico di Apice presenta la specificità dell’insediamento “a conchiglia” con direttrici chiese – castello e con sistema di strade parallele dirette a piazze; esprime una singolare unità, articolata in mirabile varietà, che fa riferimento a fonti della cultura orientale, avente notevole valenza a base dell’organizzazione civile. Allo stato attuale, a seguito della ricostruzione in altro sito in conseguenza dei terremoti del 1962 e del 1980 per motivi tecnici, è disabitato e conserva un particolare fascino; Riveste importanza per la particolarità urbanistica e per l’alto significato della simbologia civile. 


Le case di Apice erano generalmente ad uno, massimo due piani. Le scale interne in pietra, i bagni spesso ricavati all’interno di una stanza, magari protetti agli sguardi da un tramezzo di cartone. Ai piani terra la cucina in muratura col focolare e un angolo per gli animali. La tipica architettura rurale del tempo, oggi quasi scomparsa dal territorio italiano.

Da non perdere

Il borgo di Apice Vecchia è un borgo fantasma, definito dallo scrittore napoletano Antonio Mocciola “la bella addormentata” e da altri “la Pompei incompiuta del ‘900”. Un complesso di stradine e piazze che si struttura intorno al Castello dell’Ettore di origine Normanna, conduce in questo luogo disabitato  dominato dal silenzio, dove il tempo è rimasto sospeso tra le case abbandonate con ancora le tende alle finestre. Il borgo negli ultimi anni è stato rivalutato, le luci del Castello sono tornate ad accendersi e diverse strutture ricettive (ristoranti, pub, B&B) rendono calorosa l’accoglienza di ospiti e visitatori. Numerose le iniziative ricreative che animano i vari periodi dell’anno: dai famosi Mercatini di Natale al Presepe vivente, ai convegni, ai concerti e alle tante serate a tema. 

Il Ponte Appiano – detto anche Ponte Rotto – segna un altro luogo speciale di questo paesaggio. Questo ponte di epoca romana, risalente al 20 a.C., consentiva un tempo alla via Appia di oltrepassare il fiume Calore in direzione del porto di Brindisi. I tre piloni rimanenti resistono dall’età di Traiano, e sul loro andamento a schiena d’asino hanno visto passare i più grandi traffici commerciali e cultuali della via Appia che dall’Oriente arrivavano a Roma. Un’arteria cruciale, che gli storici definiscono “la regina viarium”. Ancora oggi tra i resti del ponte, nel letto del fiume, è possibile ammirare cornici decorate in laterizio e mensole in pietra calcarea. 

Storia

L’etimologia del nome, secondo lo storico Alfonso Meomartini, deriverebbe dal console romano Marco Gavio Apicio mentre altre fonti la riconducono agli antichi Japigi. La presenza nel borgo di una contrada che si chiama Contrada Marcopio farebbe preferire la prima ipotesi.
La presenza romana nel territorio è attestata da numerosi rinvenimenti archeologici fra cui lapidi e cippi funerari, monete, cammei ed utensili di uso domestico risalenti all’età imperiale. La presenza della via Appia l’ha resa un crocevia di scambi commerciali e culturali che anche durante il medioevo ne hanno caratterizzato  l’identità.
L’ubicazione geografica favorevole ha reso Apice un punto di interesse non solo nel periodo Romano ma soprattutto in quello medioevale.
Il medioevo la vede protagonista dell’antagonismo di conti, feudatari, principati in quanto punto nevralgico del commercio del grano e della lana fra la Puglia e Napoli.
Longobardi, Angioini, Aragonesi, Normanni lasciano le loro tracce sul territorio e soprattutto nel castello che domina la parte più alta della collina e presiedeva le vie di terra e di fiume, un tempo navigabili.
In epoca moderna, il borgo fu colpito da violenti terremoti: nel 1702, nel 1962 e nel 1980. Se dopo il sisma del 1962, parte degli abitanti non volle spostarsi nel nuovo abitato, col terremoto che colpì l’Irpinia nel 1980 furono tutti costretti ad abbandonare il borgo vecchio.

Le case di Apice erano generalmente ad uno, massimo due piani. Le scale interne in pietra, i bagni spesso ricavati all’interno di una stanza, magari protetti agli sguardi da un tramezzo di cartone. Ai piani terra la cucina in muratura col focolare e un angolo per gli animali. La tipica architettura rurale del tempo, oggi quasi scomparsa dal territorio italiano.

Curiosità

La via Appia ha regalato al paese grandi incontri. La memoria popolare racconta che San Francesco ha soggiornato in questo paese ed alla sua mano è fatta risalire l’impronta stampata in una roccia.  Si racconta che il paese fosse in un periodo di grande siccità nel momento in cui il Santo arrivò e toccando una roccia cominciò a sgorgare acqua che da quel momento non ha smesso di rendere fertili i terreni e di scorrere in quel preciso punto. 

Gli ortaggi sono il fiore all’occhiello del territorio insieme alla vocazione biologica della maggioranza delle aziende agricole. E’ possibile trovare i prodotti degli orti nel mercato contadino della domenica mattina.

Nel borgo abbandonato, c’è il salone di un barbiere rimasto sempre aperto dagli anni Sessanta ad oggi.